Adolescenza: come gestire problemi e cambiamenti di Matteo Lancini

Adolescenza: come gestire problemi e cambiamenti

Gestire i problemi e i cambiamenti in adolescenza oggi significa, prima di tutto, comprendere come gli adolescenti vivono ansia, fragilità, bisogno di riconoscimento e rapporto con gli adulti. Per uno psicologo, parlare di cambiamenti dell’adolescenza non significa soltanto contenere comportamenti difficili o interpretare sintomi, ma leggere il malessere adolescenziale all’interno di una società in cui anche gli adulti faticano a sostenere la complessità emotiva.

Da questa prospettiva, i cambiamenti in adolescenza non devono essere affrontati cercando colpevoli semplici, come social network, videogiochi o mancanza di limiti, ma costruendo una relazione clinica autentica, capace di ascoltare il sintomo senza ridurlo immediatamente a diagnosi, educazione o correzione.

Come sono cambiati gli adolescenti negli ultimi 10 anni?

Negli ultimi dieci anni, il lavoro psicologico con gli adolescenti è cambiato molto. Come sottolinea anche Matteo Lancini, molti giovani non manifestano più solo ansia legata allo studio, al futuro o al rendimento. Si manifesta sempre più spesso un’angoscia difficile da spiegare, legata alla sensazione di vuoto, alla fragilità delle relazioni e al bisogno di sentirsi riconosciuti.
 

Per lo psicologo, ciò significa non interpretare i sintomi in modo automatico. I cambiamenti attuali non parlano solo di adolescenti più fragili o più esposti ai social network, ma di una generazione che spesso ha imparato a tenere nascoste le emozioni profonde perché non sempre trova adulti in grado di sostenerle.

 

Tabella confronto adolescenza

 

Che cosa esprimono l’ansia e l’angoscia negli adolescenti di oggi?

Uno degli errori più comuni nel lavoro con gli adolescenti è interpretare l’ansia come semplice paura di fallire, prendere brutti voti o non essere all’altezza. In molti casi, ciò che emerge non è soltanto ansia da prestazione, ma un’angoscia più ampia e difficile da spiegare.

Per questo motivo, lo psicologo non dovrebbe chiedersi soltanto “che sintomo ha”, ma anche “che cosa sta cercando di dire quel sintomo”. A volte l’ansia funziona come un modo per sostenere un dolore che l’adolescente non riesce ancora a esprimere a parole.

Prima di intervenire, può essere utile porsi alcune domande:

  • Che cosa sta cercando di comunicare questa angoscia?
  • Quale funzione ha il sintomo?
  • Che cosa non riesce ancora a dire l’adolescente?
  • Quale bisogno emotivo c’è dietro il sintomo?

In molti casi, il sintomo non è soltanto un problema da eliminare. Può essere anche il modo che l’adolescente ha trovato per non crollare.

Quali emozioni gli adulti non riescono a vedere negli adolescenti?

Molti adulti descrivono gli adolescenti di oggi come superficiali, distratti o poco connessi con ciò che provano. Ma spesso non si tratta di mancanza di profondità emotiva. Succede piuttosto che abbiano imparato a trattenere certe emozioni perché non trovano uno spazio sicuro in cui esprimerle.

Famiglia, scuola e società tendono ad accettare meglio emozioni più facili da gestire. Al contrario, paura, tristezza, rabbia o angoscia possono creare disagio. Per questo alcuni adolescenti sembrano freddi o distanti, quando in realtà stanno proteggendo qualcosa che non sanno dove mettere.

Tra le emozioni che gli adulti spesso non riescono a vedere ci sono:

  • Paura dell’abbandono
  • Vergogna
  • Angoscia
  • Senso di vuoto
  • Rabbia trattenuta
  • Bisogno di riconoscimento
  • Solitudine
  • Fragilità nei legami
  • Paura di non essere compresi

Attaccamento, bisogni e dipendenza affettiva in adolescenza

Per comprendere meglio gli adolescenti di oggi, non basta parlare di regole, limiti o conflitti identitari. Molto spesso, dietro il malessere emerge un bisogno più profondo: sentirsi riconosciuti, ascoltati e sostenuti emotivamente.

Per anni si è insistito molto sull’importanza dei limiti. Ma nel lavoro psicologico con gli adolescenti è necessario anche riconoscere i loro bisogni affettivi.

La dipendenza emotiva non deve essere vista sempre come qualcosa di negativo. Nello sviluppo umano, avere bisogno dell’altro fa parte della crescita. Un adolescente non ha bisogno solo di qualcuno che gli dica cosa fare; ha bisogno anche di sentire che qualcuno può comprendere ciò che gli accade senza giudicarlo o correggerlo immediatamente.

Oggi molti adolescenti hanno bisogno di adulti capaci di riconoscere:

  • Il bisogno di sentirsi amati
  • La paura dell’abbandono
  • La fragilità dei legami
  • Il bisogno di validazione emotiva
  • Il desiderio di sentirsi importanti per qualcuno
  • La difficoltà nel chiedere aiuto senza sentirsi deboli

Da questa prospettiva, il sintomo non viene letto soltanto come un comportamento problematico. Può essere anche un modo per proteggersi quando l’adolescente non trova relazioni abbastanza sicure per esprimere ciò di cui ha bisogno.

Come costruire una relazione terapeutica autentica con gli adolescenti?

Lavorare con gli adolescenti non dipende solo dall’avere buone tecniche, test o protocolli. Tutto questo può aiutare, ma la cosa più importante è costruire una relazione in cui l’adolescente senta di non essere giudicato, corretto o trattato come un problema.

Molti adolescenti arrivano in terapia dopo aver sentito troppe volte cosa dovrebbero fare, come dovrebbero comportarsi o cosa dovrebbero cambiare. Per questo, prima ancora di intervenire, lo psicologo deve creare uno spazio in cui il ragazzo possa sentirsi visto come persona, non solo come paziente.

L’autenticità non significa perdere il setting o comportarsi in modo impulsivo. Significa permettere all’adolescente di percepire una presenza reale, capace di sostenere ciò che porta in seduta senza avere fretta di normalizzarlo o correggerlo.

 

Gli errori più frequenti degli psicologi nel lavoro con gli adolescenti

Nel lavoro clinico con gli adolescenti esistono errori che tendono a ripetersi, soprattutto quando il professionista cerca di ridurre troppo velocemente la complessità della sofferenza adolescenziale a spiegazioni semplici. Molti di questi errori non nascono dalla mancanza di formazione tecnica, ma dalla difficoltà adulta nel tollerare incertezza, fragilità e dolore emotivo.

Errori adolescenza

 

Qual è la differenza tra il ruolo dello psicologo e quello dell’educatore con gli adolescenti?

Lavorare come psicologo con gli adolescenti non è la stessa cosa che educare. Anche se i due ruoli possono collaborare, non hanno la stessa funzione né lo stesso obiettivo.

L’educatore tende a orientare, mettere regole e aiutare l’adolescente ad adattarsi a determinati contesti. Lo psicologo, invece, deve ascoltare ciò che c’è dietro il malessere, senza ridurlo subito a un comportamento da correggere.

Quando lo psicologo occupa solo una posizione educativa, l’adolescente può sentirsi giudicato, valutato o trattato come qualcuno che deve semplicemente “comportarsi meglio”. Questo può chiudere la comunicazione e indebolire la fiducia.

 

Ruolo Psicologo vs Educatore

 

Questo non significa che il lavoro educativo sia meno importante. Significa che, nel lavoro psicologico, il rischio compare quando il professionista smette di ascoltare e inizia solo a correggere.

L’adolescente percepisce molto rapidamente quando un adulto vuole semplicemente modificare il suo comportamento e quando invece cerca davvero di comprendere ciò che sta succedendo dietro il sintomo.

 

Quali competenze servono a uno psicologo per lavorare con gli adolescenti?

Lavorare con gli adolescenti richiede molto più che conoscere le tappe dello sviluppo. Oggi lo psicologo deve comprendere come sono cambiati i legami, le emozioni, l’identità e il modo in cui molti ragazzi esprimono il proprio malessere.

Non basta applicare tecniche o utilizzare categorie diagnostiche. L’adolescente ha bisogno di trovare un professionista capace di ascoltare senza moralizzare, sostenere la fragilità e comprendere cosa sta esprimendo il sintomo prima di cercare di correggerlo.

Le competenze fondamentali possono essere riassunte in tre grandi aree:

  • Formazione specifica: approfondire lo sviluppo adolescenziale, i cambiamenti sociali attuali e le nuove forme di sofferenza attraverso percorsi come un Master in Clinica dell'Adolescenza.
  • Postura clinica autentica: costruire fiducia, ascoltare senza giudizio e distinguere il ruolo psicologico da quello educativo.
  • Riconoscimento dei bisogni: comprendere l’importanza dell’attaccamento, della dipendenza affettiva, della paura dell’abbandono e del bisogno di sentirsi visti.

Una delle competenze più difficili oggi è restare nella complessità senza semplificare troppo presto. Lavorare con gli adolescenti significa accettare che la tecnica aiuta, ma non sostituisce la presenza clinica, l’autenticità e la capacità di creare un legame reale.

Matteo Lancini

"Psicoterapia"

Psicologo e psicoterapeuta. Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano. Docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano. È autore di…