Riconoscere il disturbo passivo aggressivo di personalità

Come riconoscere il disturbo passivo aggressivo di personalità?

 

Il disturbo passivo aggressivo di personalità viene associato a una modalità indiretta di esprimere rabbia, opposizione e risentimento. La persona può accettare apparentemente una richiesta, per poi ostacolarne la realizzazione attraverso ritardi, dimenticanze, inefficienza, ambiguità o mancata collaborazione.

Per lo psicologo, riconoscere questo funzionamento non significa individuare semplicemente un comportamento oppositivo. Come avviene nella valutazione degli altri disturbi di personalità, è necessario comprendere la stabilità del pattern, la sua presenza nei diversi contesti e le conseguenze che produce sul funzionamento relazionale e professionale.

L’aggressività indiretta deve quindi essere inserita in una formulazione clinica complessiva. Un master dei disturbi di personalità può aiutare il professionista a distinguere un comportamento occasionale da una modalità persistente di gestione della rabbia, dell’autonomia e delle relazioni.

Che cos’è il funzionamento passivo-aggressivo?

Il comportamento passivo-aggressivo consiste nell’espressione indiretta di emozioni negative, soprattutto rabbia, ostilità e risentimento.

Il soggetto può avere difficoltà a manifestare apertamente il proprio disaccordo. Di conseguenza, comunica la contrarietà attraverso omissioni, procrastinazione, sarcasmo, silenzi o una collaborazione soltanto apparente.

Un singolo episodio di chiusura o ritardo non è sufficiente per parlare di un pattern di personalità. L’elemento clinicamente rilevante è la ripetizione di questa modalità nel tempo e in differenti relazioni.

Quali sono i principali segnali clinici?

I comportamenti passivo-aggressivi possono assumere forme differenti. Il clinico deve osservarne soprattutto la frequenza, il contesto e la funzione relazionale.

Resistenza indiretta alle richieste

La persona sembra accettare compiti, responsabilità o accordi, ma ne ritarda l’esecuzione oppure li svolge in modo incompleto.

La resistenza emerge spesso quando la richiesta viene percepita come un’imposizione, una forma di controllo o una limitazione dell’autonomia.

Difficoltà a esprimere il disaccordo

Il paziente può faticare a dire “no”, formulare una critica o comunicare direttamente la propria rabbia.

Il dissenso viene quindi espresso attraverso freddezza, indisponibilità, silenzi prolungati o mancata collaborazione. In questo modo, il soggetto evita il confronto aperto, ma mantiene il conflitto sul piano comportamentale.

Procrastinazione selettiva

La procrastinazione non sempre dipende da disorganizzazione o scarsa motivazione. In un funzionamento passivo-aggressivo può comparire soprattutto di fronte alle richieste di figure percepite come autoritarie.

È quindi importante verificare se i ritardi siano presenti in ogni area della vita oppure se emergano in specifiche relazioni.

Ambivalenza tra dipendenza e autonomia

La persona può desiderare sostegno, approvazione e vicinanza, ma vivere le richieste dell’altro come intrusive.

Questo conflitto genera spesso una dinamica oscillante: il soggetto ricerca la relazione e, contemporaneamente, ostacola le aspettative della persona dalla quale dipende.

Risentimento e percezione di ingiustizia

Il paziente può sentirsi poco apprezzato, controllato, sfruttato o trattato ingiustamente. Questi vissuti possono accompagnarsi a irritabilità, lamentele ricorrenti e difficoltà a riconoscere il proprio contributo ai conflitti.

Il clinico deve valutare sia la realtà delle esperienze raccontate sia gli schemi attraverso i quali il soggetto interpreta le intenzioni altrui.

Discrepanza tra parole e comportamento

Uno degli indicatori più frequenti è la distanza tra ciò che la persona dichiara e ciò che successivamente fa.

Il paziente può affermare di essere d’accordo, ma agire in modo incompatibile con l’impegno preso. Questa incongruenza genera confusione, frustrazione e perdita di fiducia nelle persone coinvolte.

Comportamento passivo-aggressivo o pattern di personalità?

Una condotta passivo-aggressiva può comparire occasionalmente in risposta a stress, conflitti o richieste percepite come eccessive.

Per ipotizzare un pattern di personalità, il comportamento deve invece risultare relativamente stabile, rigido e presente in diversi contesti. Deve inoltre produrre una compromissione significativa delle relazioni o del funzionamento professionale.

Lo psicologo dovrebbe quindi chiedersi:

  • da quanto tempo è presente questa modalità;
  • in quali relazioni tende a comparire;
  • quali emozioni la precedono;
  • quali conseguenze produce;
  • quale funzione assume per il paziente.

Il comportamento passivo-aggressivo non dovrebbe essere utilizzato come un’etichetta descrittiva o moralistica. È una manifestazione clinica che deve essere interpretata all’interno dell’intero funzionamento della persona.

Diagnosi differenziale

Dimenticanze, ritardi e mancata collaborazione possono avere cause molto differenti. Prima di interpretarli come espressioni indirette di rabbia, è necessario considerare altre ipotesi.

Nei disturbi depressivi, per esempio, rallentamento e perdita di motivazione possono sembrare forme di inefficienza oppositiva. Nei disturbi d’ansia e nel funzionamento evitante, il rinvio può dipendere dal timore del fallimento o della critica.

Anche il perfezionismo può provocare difficoltà a concludere un compito, mentre l’ADHD e le alterazioni delle funzioni esecutive possono spiegare disorganizzazione e dimenticanze ricorrenti.

L’opposizione indiretta può inoltre comparire in configurazioni dipendenti, narcisistiche, paranoidi o borderline, assumendo però significati differenti. La diagnosi differenziale deve quindi concentrarsi sulla funzione del comportamento e non soltanto sulla sua forma esteriore.

Come valutare il funzionamento passivo-aggressivo

La valutazione non può basarsi su un singolo test o su una lista di sintomi. È necessario integrare colloquio clinico, anamnesi, osservazione delle relazioni e strumenti per la valutazione della personalità.

Il terapeuta può ricostruire episodi concreti, esplorando:

  • chi ha formulato la richiesta;
  • come è stata interpretata dal paziente;
  • quali emozioni ha suscitato;
  • che cosa il paziente ha comunicato;
  • quale comportamento ha messo in atto;
  • come ha reagito l’altra persona.

È importante anche osservare ciò che accade nel setting. Ritardi, accordi non rispettati o consensi soltanto apparenti possono riprodurre le stesse dinamiche presenti nelle altre relazioni.

Le reazioni del terapeuta, come irritazione, confusione o sensazione di essere ostacolato, possono offrire informazioni utili. Devono però essere elaborate senza trasformarsi in un atteggiamento accusatorio o punitivo.

Come intervenire in terapia

Il trattamento deve essere definito sulla base della formulazione del caso e delle eventuali condizioni associate.

Una prima area di intervento riguarda il riconoscimento delle emozioni. Il paziente può avere difficoltà a distinguere e comunicare rabbia, paura, vergogna o bisogno di autonomia.

È inoltre utile rendere visibili le sequenze relazionali ricorrenti. Una richiesta può essere vissuta come imposizione, seguita da un’accettazione apparente e da una forma di resistenza indiretta. La reazione negativa dell’altro conferma poi al paziente la convinzione di essere criticato o controllato.

Il lavoro terapeutico può concentrarsi su:

  • comunicazione assertiva;
  • espressione diretta del disaccordo;
  • regolazione della rabbia;
  • assunzione di responsabilità;
  • negoziazione dei conflitti;
  • comprensione degli stati mentali propri e altrui.

Anche il contratto terapeutico deve essere chiaro e collaborativo. Un atteggiamento eccessivamente autoritario può aumentare la resistenza, mentre ignorare ripetutamente gli accordi non rispettati rischia di consolidare il pattern.

 

Riferimenti bibliografici 

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